Un uomo da 110 e Lode: Calogero Pumilia si racconta all’Urlo

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Con grande piacere l’Urlo Cittadino ha avuto la possibilità di incontrare Calogero Pumilia, uomo di politica e di grande spessore culturale, onorevole per cinque legislature, ex sindaco di Caltabellotta, ma soprattutto eccellenza del nostro paese.
Con molta disponibilità ci ha accolto in casa sua, ci ha mostrato con fierezza la sua biblioteca e la sua collezione di dischi, il tutto unito ad un sottofondo di musica classica che ha accompagnato la nostra chiacchierata. E si… perché di questo si è trattato! Un lunga chiacchierata in compagnia di un uomo, di Lillo, che si è raccontato per noi.
Di seguito riportiamo la sua intervista sperando che possa essere di incoraggiamento, per tutti i giovani e non solo, nel porsi degli obiettivi più o meno importanti. La sua storia trasmette una lezione: non esiste un’età per tagliare i traguardi, ma soltanto la passione, l’impegno e la voglia di guardare sempre al futuro.
M – Come preferisce che la chiami?
L – Lillo, mi chiami Lillo.
M – Bene, perché vorrei che questa intervista fosse rivolta a Calogero Pumilia “uomo” e non personaggio politico… per quanto siano due volti della stessa medaglia. Iniziamo dal suo ultimo traguardo, quindi la laurea e la pubblicazione della tesi. Da dove nasce la voglia di ricominciare, di cimentarsi in qualcosa di nuovo alla sua età?
L – Nasce tutto da un’antica passione per la filosofia e la storia. Quando conseguì la prima laurea in giurisprudenza, tantissimo tempo fa, mi iscrissi a storia e filosofia; diedi alcuni esami, ma non potei più proseguire perché gli impegni di lavoro e della mia iniziale fase politica non mi consentirono di farlo. Però rimase in me questo desiderio che ho coltivato nel tempo leggendo testi di storia e di filosofia. Quando arrivai al termine della mia ultima esperienza politica come sindaco di Caltabellotta, ho pensato che avrei avuto più tempo per riprendere questi studi e farli in modo organico, mi sono così posto degli obiettivi. Il rischio che ho corso negli anni è stato quello di essere onnivoro, leggere tante cose (passione che mantengo), ma ritenevo fosse utile darmi un traguardo… una meta… feci una sorta di scommessa con me stesso e credo di aver vinto ampiamente. Ho preso con estrema serietà gli studi, ho avuto sedici 30eLode e quattro 30, riuscendo a conseguire la laurea al primo appello utile del triennio con 110eLode.
M – Complimenti
L – Grazie.
Ho voluto fare una tesi sull’emigrazione da Caltabellotta dal 1892 al 1924.                                                    La scelta è stata dettata da una sorta di saga familiare, memorie della mia infanzia che derivano dai miei quattro nonni, tutti e quattro emigrati in America. Forse è la motivazione più importante perché si riferisce a memorie familiari che mi hanno sollecitato e accompagnato fin dalla prima infanzia. In particolare i racconti della nonna materna, con cui abbiamo vissuto, che aveva memoria di alcuni di quelli episodi della sua lontana emigrazione e del forte desiderio di tornare a vivere a Caltabellotta. Oltre alle vicende familiari il secondo motivo è stato quello di parlare di qualcosa che trattasse del mio paese che, come tutti i paesi dell’Italia intera (in ragione del numero degli abitanti) diede un contributo importante a questa tragica ed eccezionale epopea, un’emigrazione di massa.
M – Da dove ha iniziato le sue ricerche? È stato complesso?
L – Mi son cimentato a cercare sul sito di Ellis island, isola di fronte a Manhattan, dove approdavano le navi e gli immigrati venivano trattenuti in quarantena. Lì ho trovato 1505 caltabellottesi giunti in America in quegli anni.
Ho scritto delle condizioni in cui versava Caltabellotta alla fine dell’800, grazie a documenti e indagini parlamentari: un quadro di desolante condizione di miseria, subordinazione e povertà, anche e forse soprattutto umana. È apparsa una realtà che espelleva i propri figli perché non in grado di offrire prospettive di vita accettabili, a questo si aggiungeva una sorta di nuova consapevolezza… le generazioni passate vivevano anche peggio… ma la navigazione a vapore aprì prospettive diverse per il futuro.
M – Possiamo dire che ebbe inizio il mito americano, quel sogno che tutti desideravano e rincorrevano?
L – Si, inizia lo sviluppo dell’America che naturalmente venne amplificata dalla tecnologia a vapore. È il moto espulsivo, la realtà che espelle i cittadini.
Oltre a quello della miseria, l’altro aspetto della migrazione era quello attrattivo. C’erano sette agenti di viaggio che vendevano l’America, esageravano le prospettive di ricchezza immediata, cercavano casa per casa i giovani e le famiglie con debiti o esigenze e prospettavano loro questo Eden americano.
M – Il titolo si riferisce a questo?
Si, infatti diventava “la merica”. Quando, al di là della migrazione, qualcuno aspirava a qualcosa di ambizioso si diceva: “te la scordi la merica”. Era il mito irraggiungibile.
Poi c’è un secondo aspetto che riguarda la mia esperienza personale. Sono stato in America la prima volta nel 1972 e ho potuto incontrare gli ultimi superstiti della prima generazione di emigrati o i figli dei cugini primi, altri parenti o altri caltabellottesi con i quali ho potuto verificare cos’è stato realmente il fenomeno della migrazione. Tutti loro hanno avuto sempre lo sguardo al passato, persino i nati nel nuovo continente hanno avuto trasmessi fotogrammi fissi che i genitori o loro stessi avevano lasciato, essi sono rimasti sostanzialmente caltabellottesi. La seconda generazione era un ibrido, infine la terza era diventata americana, addirittura dimenticando lo slang italo-americano.
In uno dei miei viaggi sono stato in America per la cerimonia di scambio del Trattato di ratifica sociale (io portavo la pergamena italiana e il ministro del lavoro americano, John Volpe, mi dava quella americana) e in quella circostanza mi è venuto spontaneo dedicare questa manifestazione a miei nonni che, con la loro permanenza lì, avevano contribuito in piccolo alla crescita americana e con il loro risparmi avevano aiutato Caltabellotta a muovere i primi passi verso lo sviluppo.
Con la tesi si è concluso un ciclo, ho completato il rapporto di gratitudine che mi ha sempre legato a questi quattro nonni.
M – Dopo tutti i traguardi raggiunti a livello personale, ma anche in ambito politico e lavorativo, si ritiene soddisfatto? Le sono rimasti dei rimpianti, rimorsi, cose che avrebbe potuto fare e non ha fatto, scelte sbagliate?
L – Ce ne sono tante. Avrei potuto fare tante altre cose, ma ne ho fatte tante. Non è bello vivere di rimpianti e non mi ritengo soddisfatto.
M – Solo chi non fa non sbaglia!
L – Esatto…
Rimpiango di non aver studiato le lingue, oppure di non aver approfondito bene alcune materie che ho iniziato ad approfondire troppo tardi. Non mi sento né realizzato né soddisfatto. La mia natura, ancora alla mia età, mi fa aver voglia di esplorare, di conoscere, di curiosare sulle cose del mondo e della vita. Quando sento i miei coetanei, o magari quelli più giovani di me, che dicono frasi del tipo “ai miei tempi…” “che tempi brutti sono questi, non è come una volta!”, la mia sensazione è che siano già vecchi. Fin dai tempi di Esiodo si ritrovano questi modi di dire, ogni generazione invecchiando rimpiange i propri tempi. Ecco, io penso che siano vecchi. Non rimpiangono i loro tempi, ma la loro giovinezza. Io dico sempre: io nostri tempi erano bellissimi perché avevamo 20 anni (risata).
Bisogna cercare di esser contemporanei e sfidarsi continuamente.
Ai miei tempi (scherzando lo dico anch’io) non esistevano i computer, facebook, twitter… probabilmente i miei coetanei ne fanno a meno. Io, seppure da semi analfabeta, mi cimento porgendo lo sguardo in avanti e mai indietro.
M – La politica è stata parte integrante della sua vita. Sicuramente le ha tolto molto, ma le ha anche dato tanto. Cosa le lascia?
L – Intanto la frequentazione di personaggi straordinari che hanno fatto la storia d’Italia e non solo. Ho incontrato uomini come Fanfani, Moro, Berlinguer e tanti altri che mi hanno insegnato cose fondamentali della vita politica e della vita in genere.
Mi ha dato la possibilità di conoscere dall’interno i meccanismi istituzionali, quanto complessi essi siano, quanto sia difficile far camminare la macchina amministrativa e quanto siano comprensibili, ma comunque banali, le espressioni da bar o da fb “se ci fossi io…” o come si dice dalle nostre parti “ si ci fussi iu aggiustassi u munnu cu li dinocchia”. Quindi la complessità di tenere insieme sentimenti, sensazioni, ambizioni, valori e anche miserie umane che caratterizzano donne e uomini di tutti i tempi… tenerli insieme sia nella dimensione personale sia nazionale.
L’altra cosa che mi ha dato è stata l’opportunità di conoscere il mondo. Ho viaggiato tantissimo, confrontandomi con luoghi e civilizzazioni diversi. Ho conosciuto realtà quali l’Africa, l’Estremo Oriente, l’America latina e ovviamente l’America del nord e l’Europa.
E poi, perché non dirlo, la politica mi ha dato fama e affermazione. Sono stato uno degli uomini in vista e ho frequentato le televisioni. La vanità fa parte della vita, se non è tutto è una componente anche positiva
Mi ha tolto, come succede inevitabilmente per qualunque lavoro importante o assorbente, alcune cose dal punto di vista familiare o personale, ma ho sempre considerato la politica una parte della vita. Mi sono sempre concesso il tempo per una partita di tennis, la presenza ad una mostra o la partecipazione ad un concerto.
Tutto sommato sono soddisfatto.
M – Tra le sue ultime esperienze c’è stato un viaggio, il cammino di Santiago di Compostela. Non è un viaggio normale, anzi piuttosto particolare. Come mai ha voluto farlo? E’ un percorso molto impegnativo fisicamente, ma soprattutto caratterizzato dalla ricerca di sé stessi.
L – Per le cose che dicevi tu. La ricerca di sé e della propria interiorità, delle profonde motivazioni religiose deve essere un dato permanente nella vita di ognuno noi. Ho sempre subito il fascino delle peregrinazioni, di popoli e uomini che nei secoli hanno cercato di raggiungere i luoghi della loro pienezza e della loro realizzazione.
Itaca è il luogo mitico da raggiungere, scriveva un grandissimo poeta greco contemporaneo. Affermava che forse è più importante la durata del viaggio piuttosto che Itaca, è il viaggio della vita. Io ho sempre desiderato fare questo cammino, di passeggiare per km e giorni da solo, con il mio zaino e il mio bastone, in mezzo ai boschi della Galizia. È un viaggio che non ha nulla di turistico, ci si ferma in piccoli paesi dove non c’è molto da vedere. Si sta da soli con sé stessi, si tenta di capire cose su cui si è sorvolato per molti anni e alla fine ti rendi conto che hai fatto un bel percorso che ti ha lasciato tanto.
M – Ad oggi quali sono i suoi impegni e i suoi progetti per il futuro?
L – Sono presidente della fondazione Orestiadi di Gibellina. È stata fondata dallo straordinario Ludovico Corrao e si occupa di arti visive, musica, poesia e teatro.
Sto anche scrivendo un libro sulla storia della Sicilia dal 1955 al 1972, periodo che coincise con la pubblicazione del mio periodico politico, “Sicilia domani”, che all’epoca ebbe un ruolo importante.
Un’altra cosa che mi piacerebbe fare è scrivere un libro sulle storie di Caltabellotta, ho la sensazione che si sappia molto poco di tutto quello che è successo nel passato nel nostro paese.
M – Purtroppo, soprattutto noi giovani, siamo costretti ad andar via e questo a volte crea disinteresse nei confronti del passato…
L – Andar via non vuol dire dimenticare. Tutte le volte che ho fatto la valigia ho messo dentro anche i ricordi di Caltabellotta, li ho coltivati e conservati. Non ho vissuto qui, mi sono realizzato fuori. Ma è una storia di fatti così importanti che non vanno dimenticati.
E poi…cerco di fare anche il nonno.
M – Sicuramente la figura dei nonni è molto importante, ce lo ha raccontato lei stesso. A questo punto ringraziandola per l’accoglienza e il tempo che ci ha dedicato, le vorrei dare un appuntamento alla sua prossima pubblicazione.
L – Senz’altro, ci sto lavorando e fra qualche mese penso sia pronta. Sarò felice di incontrarvi nuovamente!
M – Vuole lasciarci con un monito, una massima?
L – Vorrei evitare di apparire come quello che non ha più l’età per commettere i peccati e invita gli altri a non farlo (risata). Posso darvi un consiglio citando un autore giapponese, il quale scriveva  che è necessario avere sempre un sogno, un obiettivo… e anche se la vita ci dovesse impedire di raggiungerlo per intero dobbiamo continuare a coltivarlo.
E poi… non vivete senza radici.
La globalizzazione, questo mondo che diventa un piccolo villaggio… se ciascuno riesce ad essere cittadino del mondo, ma anche della propria terra e se riesce ad avere memoria dei propri ricordi, allora sarà un uomo più forte e completo.

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Maria Laura Campo

Maria Laura Campo

Nata a Sciacca nel 1991, ha conseguito la laurea in Economia Aziendale e Management presso l’Università Commerciale L. Bocconi. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Scienze Economico Aziendali.
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