OMAGGIO A RITA BORSELLINO – Fiore di primavera

rita_borsellino

Lo scorso 15 agosto 2018 cessa di battere un cuore che non si è mai arreso al tenebroso fascino del silenzio, muore una vita che di morti, nella carne e negli ideali, ne ha compianto tanti: quello stesso giorno si spegne, all’età di 73 anni, Rita Borsellino.

È stata lei, laureata in farmacia presso l’Università degli Studi di Palermo ed esercente a lungo la professione di farmacista nel capoluogo, la figlia minore di Maria Pia e Diego Borsellino e, a sua volta, la madre di Claudio, Cecilia e Marta Fiore. Insomma, una donna come le altre. A lei, però, è toccato l’onere e l’onore di essere la sorella di Paolo: così era conosciuto nel quartiere popolare della Kalsa che lo aveva accolto bambino, così veniva chiamato all’appello dai docenti del liceo classico “Giovanni Meli” di Palermo, cui si era iscritto al termine delle scuole dell’obbligo, così era stato proclamato dottore in Giurisprudenza, con una tesi su “Il fine dell’azione delittuosa”, presso l’Università degli Studi di Palermo, il suo fratello maggiore.

E così piaceva chiamarlo a Rita: senza alcun titolo, men che meno con l’epiteto di “eroe”. A suo dire, Paolo era stato “solo” un magistrato ligio al dovere, un siciliano visceralmente legato alla propria isola e un uomo animato dal sogno della giustizia. Eppure, Paolo Borsellino non è stato un uomo come gli altri, perché con il dovere non è mai sceso a compromessi, nella propria isola ha avuto l’ardire di restare anche quando salpare sarebbe stata l’unica via d’uscita e del suo sogno di giustizia si è preso cura senza esitazione, nella disumana attesa di un 19 luglio 1992 qualsiasi. E, in fondo, neanche Rita Borsellino è stata una donna come le altre. Avrebbe potuto tapparsi le orecchie e risparmiarsi al boato dell’esplosione; invece se ne è lasciata pervadere per combatterlo con la sua stessa forza.

Avrebbe potuto tornare a calpestare, incurante, le ceneri di cui era cosparso il viale; invece vi ha soffiato su per cercarvi senza tregua brandelli di verità. Avrebbe potuto ombreggiare la sparizione della famosa agenda rossa, scrigno di una storia dell’antimafia mai conosciuta; invece vi ha catalizzato lo sguardo per farvi luce. In una sola parola, Rita avrebbe potuto restare vittima dell’assassinio, ma ha scelto di farsene testimone. La sera stessa della strage, mentre il sole tramontava su Palermo e, con esso, la speranza della brava gente, <<Andai a trovare mia madre a casa del suo cardiologo – rammentava Rita – e lei mi disse: “Vai dalle mamme degli agenti che sono morti con Paolo e cerca di capire di cosa hanno bisogno”>>.

È germinato da questo generoso comando impartito tra le mura domestiche, piuttosto che da un’investitura formale, l’impegno quotidiano di Rita Borsellino nella lotta alla criminalità organizzata, lo stesso che, nel 1995, la vede accedere alla vicepresidenza di Libera, di cui viene poi nominata presidente onoraria nel 2005. Quest’associazione, fondata da don Luigi Ciotti per contrastare secondo i principi della non violenza il dominio mafioso del territorio, è degna di menzione per aver contribuito significativamente all’approvazione della legge 109 del 7 marzo 1996, la quale, ormai da ventidue anni, dispone in materia di gestione e destinazione dei beni immobili sequestrati o confiscati alle mafie. <<Io che non avevo mai viaggiato da sola – raccontava Rita – cominciai un lungo giro d’Europa per parlare di legalità>>. In ciò la sorella del magistrato ha raccolto l’insegnamento lasciatole da Paolo, il quale deve averla, nei suoi sermoni domenicali, sovente avvertita: <<Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo>>.

Ecco perché ai salotti istituzionali e ai focolari mediatici Rita ha sempre preferito le scuole e i centri di ritrovo dei ragazzi: della sua presenza, durante l’anno scolastico 2007-2008, ha onorato anche l’Istituto Comprensivo “Edmondo De Amicis” di Caltabellotta. Gli studenti di ieri custodiscono senz’altro nel loro bagaglio culturale il suo fare composto, il suo dire ponderato, il suo ascoltare attento. E i suoi occhi: azzurri come il nostro mare e, non diversamente da questo, profondissimi. Come di quello con i giovani caltabellottesi, in occasione di ogni incontro Rita ha consegnato alla memoria dei propri interlocutori, volutamente ammonendoli a non archiviarlo tra i ricordi, l’esemplare operato di Paolo. Del resto, mentre il ricordo, volto al passato, cristallizza gli eventi, la memoria, proiettata al futuro, li rinnova. L’atto del fare memoria non si esaurisce, infatti, nella sterile commemorazione.

Esso si esplica, piuttosto, nell’agire nel giusto e nel reagire all’ingiusto, nello spendersi per il bene comune e nel non ostare alla sua realizzazione, nell’evitare di assuefarsi alla prepotenza del più forte e nell’aiutare il più debole da questi strattonato. L’atto del fare memoria implica altresì lo sforzo di denunciare, in una clamorosa antitesi, l’omertà. In definitiva, <<la memoria è vita che si coltiva ogni giorno>>. Questa frase è risuonata, con il suo carico di fiducia, dalle labbra di Rita Borsellino persino nella sua ultima uscita pubblica: era il 18 luglio 2018 e, nonostante il corpo stremato fosse costretto a giacere su una sedia a rotelle, la sorella del magistrato non ha mancato di presenziare, alla vigilia del ventiseiesimo anniversario, il luogo dell’eccidio di Paolo e della sua scorta, ai piedi dell’Albero della Pace di via d’Amelio. A distanza di poco meno di un mese da questa ricorrenza, Rita esala, in un letto d’ospedale, l’ultimo respiro. La notizia della sua scomparsa sconvolge la città palermitana e l’intera comunità siciliana che a lei devono, all’unisono, il coraggio di riscattare, a parole e nei fatti, la loro terra bella e dannata. Dichiara in una nota di averla appresa <<con grande tristezza>> il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale, nell’esprimere la propria vicinanza ai familiari di Rita Borsellino, cui si sente legato da sentimenti di vera amicizia e di condivisione, ne esalta il profilo di persona autorevole ed autentica. Il nostro urlo cittadino non può che unirsi, accorato, a questo dolore unanime e salutare Rita con incommensurabile gratitudine, nella ferma consapevolezza che senza la prova di onestà da lei incarnata e il terremoto di valori da lei innescato nelle coscienze oggi saremmo tutti un po’ più come loro. E a loro, per citare un passo di “Per questo mi chiamo Giovanni” di Luigi Orlando, un’ultima battuta: abbiate a mente che <<si può spezzare un fiore, ma non fermare la primavera!>>

Commenta con Facebook

The following two tabs change content below.
Maria La Bella

Maria La Bella

Nata a Sciacca il 5 agosto 1997. Studia presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Palermo.