IL DOTTORE SEGRETO: UNA VITA PER LA COMUNITA’

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In occasione del suo pensionamento abbiamo avuto il piacere di incontrare il Dott. Paolo Segreto, medico e sindaco della comunità caltabellottese. Con grande saggezza ed anche emozione si è raccontato a L’Urlo Cittadino, ripercorrendo le tappe più intense della sua vita. Di seguito l’intervista che ci ha rilasciato.

Buon giorno Dottor. Segreto,
é un piacere incontrarla in occasione del suo pensionamento. Da molti anni svolge la professione di medico con grande passione e dedizione, per questi motivi vorremmo conoscerla meglio e sapere più di lei.
Quando è nata la passione per la medicina? C’è stato qualche evento scatenante?

Scusa la presunzione… Credo di essere nato medico! Da piccolo mi segnò molto l’evento doloroso di mia madre, alla quale ho dedicato parte della mia vita, e fin da quel momento ho sognato di diventare medico e di dare quello che potevo alla comunità. Ho seguito un percorso di studi legato alla facoltà di medicina, allora ci si poteva iscrivere a medicina solo dopo aver conseguito la licenza classica o scientifica. Così mi iscrissi al liceo classico T. Fazello di Sciacca, ho fatto il percorso di studi regolare e successivamente ho iniziato gli studi di medicina. Mi sono laureato e da allora ho sempre fatto il medico. Ho dedicato me stesso e la mi pochezza di scienza, se così di può dire, alla comunità. Ho avuto anche dei modelli quali il Dott. Giandalia, che ho conosciuto personalmente e che mi ha anche curato, il Dott. Pipia, il Dottor Turturici o il Dottor Picone, i quali hanno dato tanto alla comunità.
E devo essere sincero… Caltabellotta ha avuto una buona di sanità. Non lo dico per fare un elogio alla classe medica. Io, che conosco un po’ tutto il territorio, posso dire che abbiamo avuto una classe medica di rilievo, preparata e capace di dare. In medicina non è sufficiente mettere solo in pratica quello che si sa. È importante creare un rapporto umano, medico-paziente. Io sono felice e onorato di aver curato tanta gente e tante generazioni, averli visti crescere e vivere la loro vita.

Com’è stato svolgere un percorso di studi così complesso in anni in cui l’istruzione era un privilegio?

Hai detto bene, l’istruzione era certamente un privilegio. La scuola media che si chiamava, e lo dico malinconicamente, De Amicis era privata e io come tanti altri della mia generazione sicuramente siamo stati fortunati. Dobbiamo molto al Professor Turturici perché sicuramente ha dato tanto a questa comunità e se ci siamo stati diplomati e laureati a quei tempi lo dobbiamo a lui. Io molto spinto dalle condizioni economiche di mio padre e di quella che poi è diventata per me una seconda mamma, che potevano farsi carico di queste spese, mi sono dedicato agli studi. Ci sono stati sicuramente molti genitori che avrebbero voluto mantenere gli studi dei propri figli, ma costava veramente tanto… 3.000 Lire, che per allora erano molti soldi, ogni trimestre.
Quindi si, sono stato un ragazzo impegnato e molto fortunato.
 
Qual è il ricordo più bello che le resta di questi anni di servizio?

Tutta la mia carriera è ricca di ricordi e di intensità lavorativa ad affettiva. Caltabellotta e i miei concittadini sono stati la mia seconda famiglia o forse la mia vita. Io non finisco di fare il medico, finisco di essere convenzionato.

Momenti particolari ne ho vissuti tanti. Prima era diverso, la medicina era diversa. Ho aiutato donne durante il parto, ho sentito i primi vagiti di alcuni bambini… tutto molto emozionante.

Oltre questo ci sono stati momenti particolari di soccorsi straordinari, ad alta intensità di bisogno. Io ho sempre avuto una buona manualità, ho cercato di fare il meglio anche a livello plastico. Quando incontro gente che ho soccorso, sono felice e orgoglioso di guardarli in viso.

La mia carriera iniziò con l’elenco dei poveri. Ho percorso tutto l’iter della riforma sanitaria, dalla casse mutue dei vari profili professionali ad oggi; ma ricordo con affetto l’elenco dei poveri che ancora conservo. Io sono l’ultimo tra i medici condotti, un servizio offerto dal comune alla comunità.

Sono stati momenti esaltanti.

L’ultimo che mi ha gratificato e sorpreso molto risale alla scorsa estate. Mi trovai per caso ad una stazione di rifornimento e ho soccorso un nostro compaesano. In seguito è venuta a trovarmi una giornalista, Barbara Penzo, e sono stato invitato a partecipare ad una trasmissione televisiva: Tutta salute. Oltre che di medicina si occupa di soccorso umanitario, credo di essere stato il primo o il secondo ad essere intervistato. Ho inteso sempre la medicina come DARE, DARE agli altri.

Ho incontrato figure eccezionali, mi sono specializzato in geriatria e medicina del lavoro. Ho fatto percorsi in ospedale come ginecologo e come cardiologo. E per questo voglio ricordare delle figure che hanno dato tanto a questa comunità: le suore della casa di riposo. Gente che ha saputo dare tanto ricevendo solo affetto, un sorriso.
Io ricordo: dona un sorriso. È qualcosa di interessante, ci si sente protetti.

C’è un famoso film che parla del sorriso come terapia, Patch Adams.

Si. Io penso che in momenti particolari della vita di un paziente, in cui la medicina diventa impotente, il medico debba sostituire il rapporto scientifico con quello umano. È esaltante vivere momenti particolari. È necessario che questa comunità continui a ricevere.

Con il Dott. Parinisi abbiamo aperto il poliambulatorio.
Sono orgoglioso di aver contribuito a farlo aprire, l’ho diretto e mi sono pensionato come dipendente e direttore del pronto soccorso. Bisogna sempre dare.

Lei è ad oggi sindaco e medico. Si parla di mala sanità, eutanasia, vaccinazioni… cosa pensa di questi temi dal punto di vista di un uomo che assolve le due facce della stessa medaglia?

Dal punto di vista medicO mi rifiuto di accettare gli eventi dell’ultimo periodo. La sanità non può essere parcellizzata e burocratizzata; la situazione del malato deve essere vista nell’insieme altrimenti sfugge al controllo, anche amministrativo.

Per quanto riguarda le vaccinazioni mi sono dovuto battere con i vertici della sanità di Sciacca, ma anche con quelli di Agrigento. Le vaccinazioni sono tornate ad effettuarsi in questa comunità. Ma sono amareggiato per quello che è successo. Ho bisticciato con miei colleghi burocrati, ma il medico è medico. Non può occuparsi della pratica edilizia e basta… deve occuparsi della comunità.
Viene meno la medicina del territorio e difendere il territorio è importante. Ci sono dei costi di scala importanti, ma non si può abbandonare il territorio, non si può lasciare a se stesso.
Il bisogno di sanità è più forte di ieri. È più forte perché l’ambito medico è eccessivamente burocratizzato… troppi vincoli per cui non si riesce a fare il medico… non puoi prescrivere più di un TOT di alcuni farmaci. Tanti vincoli di buona sanità, io dico di cattiva sanità… io da medico, potrei curare certe cose con delle Rocefin (per citare un farmaci che conoscete tutti) ed evitare così giorni di ricovero e quindi costi inutili.

La globalizzazione è una linea da condividere, a livello nazionale i percorsi sono facilitati, ma per il nostro piccolo comune è limitante.
Il nostro impegno deve continuare e le strutture sanitarie persistere.

Con l’attuale amministrazione vogliamo restaurare il poliambulatorio. Non è stato possibile appaltare perché mancava una valutazione anti-sismica, ma credo che tra qualche mese potremmo procedere con una cifra che si aggira intorno ai 200.000,00€.
Speriamo di riempirla, non solo con i dipendenti che fanno un ottimo lavoro, ma anche le figure professionali specializzate.

Le piccole realtà gravitano verso i grandi centri, ma noi proviamo a farcela.

Il termine della sua carriera da medico cosa le suscita? Era il momento giusto, rimpiangerà qualcosa?

Devo confessarti che non ho nessun rimpianto. La mia professione e quella di mia moglie, anche lei è un medico, sono state costellate da un percorso professionale esaltante.
In quest’ultimo periodo sono stato colpito da un fatto che mi ha stoppato – si commuove – mia moglie ha avuto un ictus, ma grazie a Dio poco esitato…

Il mio futuro non cambia, io continuo ad essere il medico di questa comunità! Non sono più convenzionato, ma il mio ambulatorio continuerà ad essere aperto. Sarò al vostro servizio e andranno anche altri illustri colleghi che continueranno ad esercitare la medina.
Mi mancherà il rapporto umano, ma l’ho colmato e continuo a colmarlo.
Devo citarti una frase di mio figlio, che mi fa molto emozionare “tu nel DNA sei caltabellottese, non sei segreto”.
Questo DNA lo porto con me e ne sono felice. Le notti che non ho dormito ho soccorso qualcuno, ma la mia coscienza di uomo, professionista e politico è pulita. Non mi sento un pensionato e non lo sarò, anche se voglio dedicare parte delle giornate alla mia famiglia che in passato ho un po’ trascurato. Sono sempre qua per la comunità.
Avevo ed ho colleghi illustri il. Dott Zito, Vetrano, Caruso e tutti quelli della guardia medica. Lo dico con tutto il cuore: non riesco a immedesimarmi in gente che non ama il proprio lavoro! Può essere diverso ma sempre gratificante. Ogni professione va svolta con impegno ed affetto, ognuno di noi è un granellino di sabbia nel deserto, ma quel granellino è essenziale affinché il deserto esista, la comunità esista.

Forse avrei potuto fare percorsi professionali diversi, ma ho scelto questo che ho anche condiviso con mia moglie. Nella mia famiglia siamo tutti orgogliosi. Chiesi a mia moglie di rinunciare ad un grande incarico a Mussumeli per rimanere vicino a Caltabellotta e ad oggi siamo ancora fieri di questa scelta.

Ha un consiglio per i futuri medici?

La medicina è una professione bellissima se è vissuta nel modo giusto, una medicina del dare. Deve essere volta all’aiuto nella crescita fisica, ma anche umana. Io ho inteso la medicina come missione e spero che anche i miei colleghi la vivano così. Se questa professione fosse legata solo al facile guadagno non sarebbe gratificante, forse per un periodo ma non per sempre.
Il mio consiglio è di studiare, perchè la professionalità si acquisisce studiando e soprattutto lavorando nelle corsie… scommettendo con se.
Auguro a tanti studenti brillanti di essere tali fino in fondo. Non stancatevi mai di dire: io sono medico, missionario…
Qualche esempio questa comunità lo ha dato, bisogna fare sistema e dare. Bisogna condividere i bisogni degli uni e degli alti. Quando condividi riesci a fare un’opera meritoria.

Io la ringrazio per l’incontro che ci ha concesso e per la gentilezza dimostrata. Le faccio i migliori auguri a nome de L’Urlo Cittadino e di tutta la comunità di Caltabellotta.

Ringrazio te e tutti voi per quello che fai e fate per questa comunità.
È stato davvero un piacere… e ricordate di donare sempre un sorriso.

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Maria Laura Campo

Maria Laura Campo

Nata a Sciacca nel 1991, ha conseguito la laurea in Economia Aziendale e Management presso l’Università Commerciale L. Bocconi. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Scienze Economico Aziendali.
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