Il centro indigeno ellenizzato di contrada San Benedetto

Caltabellotta e la sua millenaria storia: secoli di combattimenti, pace, abbandono, speranze, dominazioni, architetture maestose, vescovi, prìncipi, baroni. La storiografia ne parla diffusamente dandoci le diverse sfumature di una città che predominava la valle poiché facilmente difendibile; ricca di acqua e fertile accoglieva la sua popolazione prevalentemente agricola e pastorale. Ma cosa succedeva quando non esisteva ancora la scrittura? Chi Scavi Archeologici
Caltabellotta, ma nel 1982 si realizzò una prima campagna di scavo diretta dalla Dottoressa Rosalba Panvini,  ggi Soprintendente di Siracusa e denominata la “Signora dell’archeologia”, la quale, rimasta fortemente legata a questo luogo, decise cinque anni fa, di riprenderne gli studi portando i suoi allievi dell’Università di Catania, grazie anche alla disponibilità della Soprintendente di Agrigento, Caterina Greco.  In contrada San Benedetto, il gruppo di archeologi e studenti in archeologia, hanno rinvenuto le tracce di un villaggio indigeno poi ellenizzato. Un grande aiuto è stato dato anche grazie all’arrivo di un altro nome di spicco  ell’archeologia siciliana e non solo, quello del professore Dario Palermo, anch’egli (come la Dottoressa Panvini) docente di Archeologia presso l’Università di Catania, col quale si sono approfonditi gli scavi di due grandi capanne circolari dell’età del Ferro. In questi primi cinque anni di scavi è stato portato alla luce un villaggio più antico che in età arcaica si trasforma e viene riutilizzato parallelamente con la fondazione di Selinunte. Della città greca, di cui non conosciamo ancora il nome,  ono venuti alla luce resti di strade, case e parte della cinta muraria, oltre a ceramica di uso comune con elementi greci, punici ed indigeni, essendo il luogo un punto di incontro di Sicani, Greci, Punici e successivamente Romani.

Grazie alle evidenze archeologiche si può constatare che l’insediamento fu abitato dall’età del Ferro fino al V secolo a.C. per poi venire abbandonato; tuttavia, per meglio comprenderne le fasi di avvicendamento, occorre ancora scavare, aiutando anche finanziariamente le ricerche e gli studiosi che, purtroppo, pagano di tasca propria il vitto e l’alloggio. Il comune di Caltabellotta fornisce una parte dell’attrezzatura per svolgere gli scavi, il magazzino per studiare i reperti e da quest’anno anche le cassette dove collocare il materiale ritrovato, ma molti sono i disagi che si è costretti a subire in una società in cui negli occhi dei giovani ricercatori si legge la speranza di un futuro lavorativo migliore e lo scontro con una realtà che parla di cultura ma che non si muove per promuoverla e valorizzarla.

Articolo redatto da: Patrizia Noto

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Redazione
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