Esclusiva. Salvatore Rizzuti si racconta all’Urlo Cittadino

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Lo scultore Salvatore Rizzuti ci affida in questa intervista i suoi pensieri, il modello e l’idea di bellezza che ha coltivato in sé, l’amore e il legame per la sua terra natia, Caltabellotta, e i suoi progetti futuri.

Salvatore Rizzuti2Maestro, da cosa nasce la sua passione per l’arte?

“Dal bisogno di esprimere la percezione e il sentimento del mondo sublimandoli, cosa che né con la parola né con altri linguaggi sarei capace di fare. Il linguaggio della scultura è per me innato, e nel mio caso coincide con le forme; in altri casi e per qualsiasi essere umano sulla terra, può coincidere con mille altri modi, per dare un senso e uno scopo all’esistenza stessa, che è fatta non soltanto di bisogni fisici, ma soprattutto spirituali.

Tengo a precisare, a tal proposito, che per me la spiritualità non è qualcosa di astratto, di metafisico, non è un’appartenenza a religioni, ma qualcosa di intrinseco alla natura e alle cose; per cui il fare, il realizzare un’opera è già di per sé estrinsecazione della spiritualità”.

A chi si è ispirato?

“Alla natura, al mito, all’Umanesimo rinascimentale, dunque alla Classicità, dove per classicità non si intende l’accademismo fine a se stesso ma lo spirito, l’essenza di una concezione umanistica, che non ha tempo ed è sempre, poiché si fonda su quei valori sedimentati dell’Uomo, che fanno parte dell’inconscio collettivo che è sotteso alle nostre anime e le nostre menti. Dunque il Mito. Dunque il Rinascimento, che, come credo che sia inconfutabile, è e rimane il periodo aureo di tutta la cultura occidentale; proprio perché si ispirava, a sua volta, alla grande cultura greca, espressione pura di tutta la mitologia mediterranea e dell’Uomo”.

Quanto Caltabellotta ha influito e influisce nella realizzazione delle sue opere?

“Tantissimo. Per la semplice ragione che Caltabellotta per me non rappresenta soltanto il luogo di origine a cui tutti più o meno ci si sente legati, ma il Luogo per eccellenza. Non staremo qui a ribadire la potente bellezza di questo paese, che si esprime nella sua natura aspra, nella sua storia millenaria e mitica, nel carattere arroccato dei suoi abitanti. Mi limito soltanto a dire che per me è il luogo ancestrale, il DNA di tutte le mie emozioni e di tutti i miei vissuti interiori, poiché la mia formazione, non del sapere ma della coscienza, si è svolta a Caltabellotta, o meglio in contrada Raggio, una località altrettanto aspra e selvaggia, dove le pietre stesse raccontano non soltanto la storia millenaria della terra, ma anche dell’uomo e che a me piace paragonare alle pietre che i mitici Deucalione e Pirra, dopo il diluvio universale, raccolsero da terra e buttandole alle spalle diedero vita a uomini e donne, ripopolando la terra.

Un vissuto di dieci anni in un luogo simile non poteva lasciarmi insensibile alla potenza della natura; pertanto quelle stesse pietre stimolavano il mio spontaneo desiderio di riconfigurarle con sembianze di uomini, quasi a imitazione di Dio, che dal fango crea l’omo. Pur ammettendo la blasfema pretesa di imitare Dio, è pur vero che l’uomo, quando cerca di esprimere la propria creatività, a questo tende, soprattutto quando il linguaggio è quello tridimensionale della scultura”.

Tre punti importanti. Mito, leggende e attaccamento alla sua terra d’origine. Ci dia una spiegazione.La-Grande-Madre-e1453844506329

“In parte l’ho già data con le mie precedenti due risposte. Ma possiamo approfondire.

Durante la mia infanzia, vissuta in contrada Raggio, quando, dopo un furioso temporale autunnale rispuntava il sole, osservavo, a una distanza aerea di una ventina di chilometri circa verso ovest, l’antica Selinunte, illuminata da spettacolari fasci di luce solare, che, filtrati dalle nuvole, ancora nere e turbolente, si posavano su quel luogo antico e per me mitico. Ecco, per merito delle mie primordiali nozioni di storia elementare e per merito della mia fantasia di bambino, immaginavo quei raggi come i fulmini di Zeus che si abbattevano sulla città stato, riducendola in rovine.

In quei momenti le rovine le potevo solo immaginare, ma quando, dopo tanti anni le ho visitate per la prima volta, non ho potuto fare a meno di collegarle proprio a quei momenti della mia fantasia. La stessa sensazione struggente mi pervade tutte le volte che mi capita di visitare Selinunte, anche adesso, col senno dell’età e della ragione. Il che non lo considero come la nostalgia dell’infanzia, ma come espressione pura del mito, che è in noi e di cui io non so fare a meno.

Se poi vogliamo anche considerare la leggenda che vuole il mitico Dedalo approdato alla nostra antica Camico, ecco che allora il cerchio si chiude e non può che scaturirne il fortissimo attaccamento a questo luogo ancestrale, da cui difficilmente si può staccare l’anima di chiunque ci sia nato.

Desidererei ardentemente che tutti i caltabellottesi, soprattutto i giovanissimi, sentissero questa attrazione e che la trasformassero in progetti di valorizzazione e benessere di un luogo che veramente è tra i più belli al mondo.

Io ho cercato di fare la mia piccola parte con la donazione delle mie 34 opere al nostro Museo Civico, che non va considerata come un atto di generosità, ma come un segno di devozione alla terra che mi ha partorito; a quella Grande Madre che nel caso specifico Caltabellotta rappresenta per tutti noi; una madre che dovremmo amare e custodire come la cosa più preziosa che abbiamo.

Approfitto dell’occasione per lanciare l’appello a tutti i nostri concittadini, giovani soprattutto, affinché si faccia di tutto perché Caltabellotta si ripopoli, non solo attraverso un turismo più strutturato, ma soprattutto attraverso la scelta di ciascuno di noi di abitarla e di viverla in tutta la sua bellezza per quanto sia possibile”.

omaggio-a-piero-e1453844642668Perché usa certi tipi di legno (ulivo o tiglio) piuttosto che altri?

“La domanda va in parte corretta, poiché, in realtà, sono ben altre le essenze che uso, oltre all’ulivo e al tiglio; infatti, soprattutto il tiglio, l’ho usato in due casi soltanto, cioè nel “Rifiuto del peccato originale” e nella “Annunciazione”. I legni che ho usato per sculture fra le più importanti sono stati il frassino, che è un legno molto duro e pesante e il cipresso, con cui ho realizzato la maggior parte della mie ultime opere di grandi dimensioni. Il cipresso contiene una particolare resina che per sua natura allontana gli insetti xilofagi, dunque ha una durata nel tempo di gran lunga superiore a tutti gli altri legni; si pensi soltanto agli antichi sarcofagi egiziani, cioè i contenitori veri e propri delle mummie, che erano in legno di cipresso e che dopo millenni continuano a rimanere integri.

In alcuni casi mi è capitato anche di usare più essenze per la stessa opera, come in “Omaggio a Piero”, che è nata dall’assemblaggio di sei essenze: carrubo, cipresso, frassino siciliano, noce, quercia e ulivo. Altre essenze che ho usato sono l’olmo e l’alder”.

Si dice che alcune statue abbiano il suo volto: il Mosè della Chiesa di Sant’Agostino e l’Adamo in ‘Il rifiuto del peccato originale’, è vero?

“Sì, è vero. Nel primo caso non in maniera cosciente (a parte il fatto che non credo proprio che vi sia tanta somiglianza, non basta la sola barba per renderla tale); nel secondo caso, invece, la somiglianza al mio volto è stata voluta, seppur velata, proprio per personalizzare la mia avversione a tutti i dogmi di origine religiosa, che limitano la consapevolezza di sé e del sé”.

A dicembre è stato presentato ‘Manuale di tecniche della Scultura’. Ci racconti qualcosa del suo libro.

“C’è poco da raccontare di un manuale, il quale non è altro che la raccolta sistematica di nozioni tecniche inerenti una determinata disciplina, in questo caso la disciplina della scultura.

Posso parlare, semmai, della genesi del manuale stesso, cioè quando, come e perché è nata l’idea.

Fino a quando ero allievo dell’Accademia di Palermo, cioè fino al ’76, tutto si apprendeva nell’ambito del Corso di Scultura, sia il momento creativo che quello tecnico.

Alla fine degli anni ’70 e in coincidenza con la mia funzione di docente nella stessa Accademia, sono stati creati altri corsi attinenti alla Scultura, tra cui il corso di Tecniche della scultura, in cui si elaboravano tutti i passaggi tecnici sull’opera già realizzata in argilla nel corso di Scultura.

Fino alla prima metà degli anni ’90 gli allievi che si iscrivevano a Scultura erano relativamente pochi e “ispirati”, ma nella seconda metà del decennio le iscrizioni aumentarono vistosamente fino a quasi triplicarsi, il che non permise più al docente di potersi dedicare assiduamente agli allievi come quand’erano in pochi. Questa fu la causa per cui cominciò a nascere, da parte degli allievi, l’esigenza di potersi servire di un testo teorico che li accompagnasse nell’apprendimento pratico delle varie tecniche.

Con l’occasione ho dovuto constatare che, purtroppo, non esistevano manuali all’altezza delle nostre esigenze, poiché i pochi che esistevano in commercio risultavano poco approfonditi e precisi.

Da qui è nata la prima idea di scriverne uno personalmente, anche se dovette passare circa un ventennio prima che ciò si avvenisse. Le motivazioni di tale ritardo, anche se il testo era già pronto, erano di varia natura, fra cui principalmente quello di rinviare l’evento per acquisire sempre maggiori esperienze e migliori immagini, ma ciò risultava un circolo vizioso che mai mi avrebbe permesso di concretizzare, poiché la tendenza a far meglio è una cosa senza fine, per cui a un certo momento bisogna mettere il punto.

Circostanze varie favorevoli mi hanno fatto mettere il punto l’anno scorso, presentando la proposta della pubblicazione del Manuale all’Amministrazione della mia Accademia, avallata dalla Direzione e dal Dipartimento delle arti Visive.

E’ nato così un manuale, che è frutto di tutta la mia esperienza artistica, professionale e didattica. Nel quale non lascio nulla al caso, ma è tutto descritto per filo e per segno, con abbondanza di immagini, affinché chiunque, non solo gli studenti delle Accademie e dei Licei Artistici, ma anche i dilettanti che vogliano approfondire la loro conoscenza, possano trovarvi tutte le indicazioni utili a tale scopo.

Il manuale sta avendo un discreto successo, e molti confermano che risulta fra i più approfonditi; il che, ovviamente, non può che farmi piacere per aver raggiunto lo scopo che mi prefiggevo; che era soprattutto quello di tramandare tutto un mondo di conoscenze, sia teoriche che pratiche, in un tempo in cui il bell’e pronto dell’industria tecnologica ha soppiantato il sacro potere del fare attraverso la mente e le mani dell’uomo, di ciascun uomo”.

Come passa le giornate senza l’Accademia?

“Come era prevedibile, dopo 35 anni di insegnamento, l’Accademia un po’ mi manca, ma non a tal punto da farmi sentire fuori dal gioco, anche perché tantissimi allievi ed ex allievi continuano a tenersi in contatto con me, sia per ragioni affettive che per consigli didattici.

Contrariamente a quanto avviene solitamente col pensionamento, cioè di sentirsi come obsoleti, devo ammettere che per me è tutto il contrario, poiché adesso mi rimane tutto il tempo a disposizione per dedicarmi totalmente alla scultura, oltre che alle buone letture. Mai come adesso mi sono sentito carico di energia e di voglia di realizzare cose impegnative”.

Ci racconti un aneddoto particolare di una sua realizzazione.

“Posso raccontare un episodio, per certi aspetti spiacevole, ma per altri formativo, cioè di quanto sia importante fare esperienza sulla propria pelle per imparare a dominare la materia.

All’inizio della mia carriera di scultore mi capitò di realizzare un bassorilievo di grandi dimensioni, due metri per un metro e mezzo circa, modellato in argilla. Era già definito in tutti i dettagli e l’ho coperto per calcarlo in gesso l’indomani. Quando l’indomani mi sono recato nello studio, mi si è raggelato il sangue notando che il bassorilievo si era letteralmente arrotolato su se stesso come un grande tappeto. A dirlo così viene quasi da ridere, ma sul momento è stato davvero un grande dispiacere. Era successo che avevo dato poca inclinazione al piano di supporto dell’argilla, il cui stesso peso, a iniziare dall’alto, aveva causato il distacco dal piano in legno.

Mi misi di santa pazienza e lo rimodellai di sana pianta fino ai dettagli, stavolta dando maggiore inclinazione al piano.

Come nel primo caso, l’indomani mattina, trovai il bassorilievo di nuovo perfettamente arrotolato come un tappeto. Cos’era successo? Che anche stavolta avevo fatto un errore: avevo sì dato la giusta inclinazione al piano, ma non l’avevo munito di pezzetti di legno inchiodati che servissero come appiglio per l’argilla; cosa che feci la terza volta, quando, finalmente, riuscii a portate a compimento l’opera senza alcun incidente… impara l’arte e mettila da parte, dice un vecchio proverbio.

Adesso racconto l’episodio ridendoci sopra, ma allora, specialmente quando l’ho dovuto rimodellare per la terza volta, lascio solo immaginare quanto fossi infuriato e comunque caparbiamente deciso a sfidare la messa a dura prova, fino ad averla vinta”.

krisisChe consiglio darebbe ad un giovane scultore.

“L’episodio appena descritto dimostra quanto sia calzante il paragone che mi piace fare fra la Scultura e il Mare, cioè di quanto la materia, per essere dominata, debba essere rispettata, compresa e conosciuta, proprio come il marinaio deve rispettare, comprendere e conoscere il mare, prima di affrontarlo.

La Scultura propriamente detta, cioè l’atto di plasmare la materia, non può prescindere dal rispetto delle leggi fisiche alle quali la materia stessa è sottoposta, pertanto, lo scultore deve porsi con assoluta umiltà, non soltanto verso la materia, ma anche e soprattutto verso l’arte e verso il mondo.

La Scultura è una sfida titanica, e lo scultore deve essere un Sisifo alle continue prese col masso da far rotolare in cima alla montagna. Dunque, umiltà ma tenacia insieme, soprattutto in questo nostro tempo, in cui ci si illude di potere ottenere tutto con facilità e senza alcuno sforzo.

Lo scultore deve essere tenace e perseverante, ponendosi non l’obiettivo di conquistare il successo, ma di conquistare e padroneggiare la materia, per renderla viva e vibrante; possibilmente infondendole quell’anima di cui tutte le cose hanno bisogno per esistere e avere un senso”.

Progetti per il futuro?

“Un mio stimato amico pittore alcuni decenni fa intitolava le mostre dei suoi allievi “Futuro è già”. Il concetto sembrerebbe astruso, ma è di una semplicità assoluta, almeno per quanto mi riguarda, sia perché filosoficamente è così, sia perché è la maniera migliore per sfruttare il tempo in modo proficuo, senza rinviare a un futuro, che probabilmente non esiste, quantomeno nei tempi e nei modi prevedibili.

Pertanto, pur non disdegnando l’idea del futuro, del progetto, cerco di mantenere sempre un atteggiamento di disponibilità al presente, affidandomi a un lavoro continuo che mi rende vivo e partecipe al concetto stesso del tempo.

Ritengo anche che un atteggiamento del genere renda immuni dalle sterili nostalgie del passato, che spesso portano a rimpiangere le età giovanili, privandoci del godimento della bellezza dell’età presente”.

Ha mai pensato di tornare a vivere a Caltabellotta?

“Spiritualmente vivo da sempre a Caltabellotta. Fisicamente di meno, ma credo proprio che (a proposito di “progetti futuri”) tutti i mesi primaverili ed estivi dei prossimi anni li passerò a Caltabellotta, dove continuerò a realizzare le mie opere e dove aprirò il mio studio alle visite libere di chiunque vorrà godere del fascino del fare scultura, del fare arte, dell’usare le mani per creare”.

Fonte: Giornale Cittadino Press

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Francesca Cottone

Francesca Cottone

Nata a Palermo nel 1983. Nel 2012 ha frequentato un master in giornalismo, presso l’Istituto Superiore di Giornalismo a Palermo. Ha collaborato per diverse testate online: Palermomania.it, AgrigentoOggi. Attualmente collabora con Giornale Cittadino Press.